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marzo, 2010

  1. Il mio amico Enrico 2: Fire on the dance floor, pag. 11/17

    marzo 31, 2010 by Vaz


  2. Il mio amico Enrico 2: Fire on the dance floor, pag. 10/17

    marzo 29, 2010 by Vaz


  3. Il mio amico Enrico 2: Fire on the dance floor, pag. 9/17

    marzo 26, 2010 by Vaz


  4. RAI per una notte

    marzo 25, 2010 by Vaz

    Visti i tempi che corrono, mi pare il caso di ospitare anche su questo sitarello, fra una sciocchezza e l’altra, lo streaming di RAI per una notte. Stiamo attraversando un periodo molto difficile, dal quale spero usciremo fuori al più presto, possibilmente prima di fare la fine dell’Argentina.

    Link rimosso


  5. Il mio amico Enrico 2: Fire on the dance floor, pag. 8/17

    marzo 24, 2010 by Vaz


  6. Il mio amico Enrico 2: Fire on the dance floor, pag. 7/17

    marzo 22, 2010 by Vaz


  7. Il mio amico Enrico 2: Fire on the dance floor, pag. 6/17

    marzo 19, 2010 by Vaz


  8. Il mio amico Enrico 2: Fire on the dance floor, pag. 5/17

    marzo 17, 2010 by Vaz

    (segue)
    La storia si sviluppa, per forza di cose, a ritroso; la vicenda principale, difatti, si svolge a colpi di flashback (riprendendo un topos delle storie targate Bonelli, gli avvenimenti passati si differenziano grazie alle vignette dagli angoli arrotondati), con Enrico e TSN che rievocano una festa alla quale si erano recati poco prima di partire per l’InterRail. Dicevo, la storia si sviluppa per forza a ritroso. Se avete letto Enrico parte prima, ricorderete che TSN alla fine della storia afferma che dopo l’avventura dell’InterRail non aveva più frequentato il suo compagno di viaggio. Ovviamente non potevo fargli rimangiare quell’affermazione, per questo motivo sono stato costretto ad ambientare tutto prima dei fatti svoltisi nell’episodio precedente. E, alla fine, Fire on the dance floor, si è trasformato in un prologo/sèguito, nello stesso tempo, come potrete vedere nell’evolversi della storia. (Due parole, velocemente, sul titolo: Fire on the dance floor è una citazione musicale, si tratta infatti della “storpiatura” di una canzone che sentivo molto spesso mentre stavo disegnando, Murder on the dance floor di Sophie Ellis Bextor.)

    Con questo fumetto ho provato, con risultati alterni, a disegnare delle vignette un po’ più grandi rispetto ai miei standard di allora; nonostante mi sforzassi, infatti, alla fine tendevp sempre a fare tutto delle dimensioni di un francobollo, cosa evidentissima nelle prime tavole. La prima, infatti, ha delle vignette molto grandi, cosa giustificata anche dal fatto che, come al solito, non avevo ancora un’idea precisa della trama che volevo sviluppare; una mia caratteristica è che quando non so che cosa sto facendo, o ne ho un’idea molto vaga, faccio dei disegni grandi, quasi fossero degli escamotages per prendere tempo (ci metto di più a disegnare così ho più tempo a disposizione per riflettere, contemporaneamente, sulla strada che la vicenda deve imboccare) e sviluppare nella mia mente la sceneggiatura. Una volta decisa a grandi linee la trama ho preso a disegnare più velocemente, come testimoniano le tavole successive, dove le vignette rimpiccioliscono sempre più fino ad arrivare alla dimensione “standard”. Non è stato facile portare a termine questa storia e infatti sono rimasto bloccato per tutta l’estate a 3/4 di sceneggiatura per due problemi in successione: prima, avevo già in mente il finale ma non sapevo come arrivarci; e poi, una volta trovato il modo di far progredire la storia, non ne ero più soddisfatto per cui ho deciso di cambiarlo; con il risultato di impiegare più di sei mesi per una storia di 17 tavole.


  9. Il mio amico Enrico 2: Fire on the dance floor, pag. 4/17

    marzo 15, 2010 by Vaz


  10. Il mio amico Enrico 2: Fire on the dance floor, pag. 3/17

    marzo 12, 2010 by Vaz


  11. Il mio amico Enrico 2: Fire on the dance floor, pag. 2/17

    marzo 10, 2010 by Vaz


  12. Il mio amico Enrico 2: Fire on the dance floor, pag. 0-1/17

    marzo 8, 2010 by Vaz

    La gestazione del sèguito de Il mio amico Enrico è stata abbastanza lunga e travagliata, così come la sua realizzazione. La prima puntata, come già spiegato in precedenza, vide la luce nel 1999 e fu frettolosamente realizzata a causa della scadenza incombente del concorso per il quale lo presentai. Nei mesi successivi, dopo aver riflettuto sulla possibilità – scartata – di ridisegnare la storia, allungandola e dandogli un diverso finale, cercai di abbozzare un secondo episodio, tentativi miseramente falliti dopo poche vignette. Il problema, più che altro, era che non avevo un’idea precisa della storia che volevo disegnare, o meglio, avevo delineato solo l’inizio (poi sostituito nella stesura finale). Inizialmente, infatti, la storia si apriva con il protagonista senza nome (che potrei essere io, ma NON lo sono) che commentava come grazie alla storia da lui narrata Enrico fosse diventato il beniamino del pubblico, ricevendo persino lettere da ammiratrici. Sono rimasto impantanato in questa ouverture per ben tre anni, senza riuscire a trovare uno spunto decente, fino alla primavera del 2002, quando finalmente ho avuto l’illuminazione…
    La scena iniziale è sostanzialmente la stessa delineata quasi tre anni prima, ma se prima la discussione dei due protagonisti verteva sull’improvvisa popolarità di Enrico, nella versione finale la cosa è appena accennata, con il Tipo Senza Nome (d’ora in poi lo chiamerò per comodità TSN) che riferisce come gli siano state fatte domande sul suo (ex) amico. (continua)

    Come sempre, cliccate sull’immagine per vederla a schermo intero.


  13. T’amo, o Tamagotchi

    marzo 5, 2010 by Vaz

    Nonostante mi sia sempre piaciuto scrivere, soprattutto cazzate, non mi sono mai cimentato nella narrativa tranne in tre casi: un racconto scritto come compito per casa di italiano ai tempi delle medie (andato perso), un altro – coevo del primo – mai terminato perché fatto in mille pezzi da mia madre durante una delle sue solite sfuriate post-incontro con i professori, e quello che riesumo oggi dalla naftalina: T’amo, o Tamagotchi.
    In realtà pensavo di aver perso anche questo nel catastrofico crash dell’hard disk dell’estate 2008, ma l’ho recuperato casualmente nel vecchio spazio web su AlterVista, chissà come cavolo c’era finito lì. In ogni caso, si tratta di quattro righe buttate giù senza la pretesa di pubblicarle da qualche parte, anche perché internet all’epoca (Giugno 1997!) praticamente in Italia non esisteva, non bazzicavo le BBS Telnet né circoli letterari e affini; come parecchie altre cose dal 1991 al 2002, le ho semplicemente tenute ad ammuffire in un cassetto (il racconto in questione era stato battuto a macchina, non avevo neanche un PC).
    Prima che mi dimentichi di averlo ritrovato, lo posto e che non se ne parli più. Nelle premesse doveva essere un racconto di simil-fantascienza, alla fine è diventata una sciocchezzuola ambientata nel futuro incentrata su un gingillo elettronico che 13 anni fa andava parecchio di moda.

    Buona lettura.

    Beep! Beep!
    Un insistente pigolìo metallico lo svegliò di soprassalto. Accidenti, pensò, mi sono addormentato di nuovo. Sollevò lentamente la testa e si ritrovò faccia a faccia con il monitor. Si era addormentato di nuovo, in ufficio. Di fronte a lui, Mary Ann aveva una strana espressione.
    “Che succede?”, le chiese.
    “Oh, niente di preoccupante, spero”, rispose, armeggiando con un oggetto di plastica ovale, “il mio Tamagotchi ha la diarrea, ma ora premo il tasto del day hospital e ci penseranno i dottori virtuali”.
    “Magnifico”.
    Che fesseria. Ci manca solo che quel coso faccia pagare il ticket virtuale. Si guardò intorno; nel resto dell’ufficio, il pigolìo che lo aveva svegliato così bruscamente era diventato un monotono sottofondo giornaliero che lo irritava non poco.
    Ormai era l’unico a non possedere una di quelle macchinette, anche perché non ne capiva niente. Tutto era diventato virtuale, persino il Presidente, si diceva, era un’immagine creata da un computer. A saperlo, si disse, avrei votato Max Headroom. Ripensò all’ultima volta che aveva fatto l’amore con sua moglie: lo facevano sempre dopo mezzanotte, perché a quell’ora il collegamento ad Internet è più veloce ed il costo della telefonata è ridotto. Trovava scomode quelle periferiche collegate al PC da applicare sul corpo, ma lei lavorava (e viveva) a 600 Km. da lui, per cui doveva accontentarsi; del resto si erano anche sposati in rete (cosa che facevano tutti comunque) e si ersno incontrati di persona solo un paio di volte. Chissà se lo tradiva.

    Uscì dall’ufficio e prese la metro. Si accomodò e diede un’occhiata agli altri passeggeri: una volta alcuni leggevano il giornale, altri ascoltavano musica con il walkman, altri ancora semplicemente guardavano fuori dal finestrino; ora, invece, tutti curvi ad osservare quegli affari che fanno – BEEP! – in continuazione.

    Da quando, alcuni anni prima, era stato lanciato sul mercato Tamagotchi il pulcino virtuale (il primo ed il più venduto), si era scatenata una guerra a suon di animali inesistenti: arrivarono così il cane, la scimmia, il dinosauro, il muflone, il piccione e persino la mosca con tanto di cacca virtuale su cui svolazzare beata. Questi giocattoli, poi, erano venduti ad un prezzo così vantaggioso che la gente cominciò a preferirli in massa agli animali veri, anche perché non sporcano, sono meno volubili e comportano delle spese minori.
    L’immagine della statua al cane estinto del film “Il pianeta delle scimmie” era diventata una realtà: la proliferazione di animali virtuali aveva condannato all’abbandono e, con il passare degli anni, all’estinzione degli animali domestici, persino quelli che per migliaia di anni avevano dato da mangiare all’uomo come le mucche e le galline (non c’era poi tanta differenza con il cibo liofilizzato, che costa pure di meno).
    Gli zoo andarono in malora, vuoi perché il Tamagotchi non lasciava tempo libero per svaghi del genere, vuoi perché che bisogno c’è di spendere i soldi del biglietto quando in TV ci sono i documentari del National Geographic?

    Rifletteva su tutto ciò seduto sul divano di casa, fissando inespressivamente l’olografia di un acquario contenente pesci tropicali (estinti dieci anni prima). Si chiese se ci fosse qualcuno che, come lui, desiderasse ancora la gioia di accudire un animale vero. Aveva sentito dire di collezionisti miliardari che custodivano gelosamente nei loro acquari blindati merluzzetti da brodo pagati fior di miliardi. Aveva sentito dire di traffici clandestini di maggiolini e coccinelle, da tempo decimate dall’inquinamento atmosferico.
    Avvolto dal turbinìo dei propri pensieri, d’un tratto scattò in piedi: aveva preso una decisione definitiva. Sollevò la cornetta del vecchio telefono a tasti e compose il numero.

    All’altro capo del filo, una voce rauca ed assonnata cercò di articolare un suono comprensibile.
    “Ohh… pronto.”
    “Sono io.”
    Pausa.
    “Ehi, ciao… è da un bel po’ che non ci si sente… come va?”
    “Ne voglio uno”
    Pausa, stavolta più lunga.
    Poi, con tono molto meno affabile:
    “Che cosa? Uno, ADESSO?”
    “Sì. Ci ho pensato sopra, e ho deciso.”
    “Tu non ti rendi conto di quello che mi stai chiedendo? Sono fuori dal giro da parecchio tempo ormai, e poi verrebbe a costarti Dio solo sa quanto!”
    “Tu non preoccuparti di questo.”
    “Non preoccuparti? Forse tu non hai idea di quanto valga oggi una cosa del genere, ammesso che ci sia ancora!”
    “I soldi non sono un problema. Ti ricordi quando vinsi la lotteria, un po’ di tempo fa?”
    “Certo che me lo ricordo, te l’ho venduto io quel biglietto. Una delle più grandi vincite del secolo… ma che c’entra? Sono passati trent’anni, non ti sarà rimasto più niente di quella somma ormai…”
    “Sbagliato. Di quei soldi non ho toccato neanche un centesimo.”
    “Che vuoi dire?”
    “Che gran parte di quel denaro l’ho investito poco dopo acquistando azioni della Bandai Corporation.”
    “Trent’anni fa! Proprio quando la Bandai lanciò sul mercato il primo Tamagotchi! Le sue azioni salirono poi alle stelle… un momento, vuoi dire che…”
    “Bastano, come soldi?”
    La voce rauca esitò, incredula.
    “Per… per la miseria, credo proprio di sì… ok, lo faccio solo perché sei tu, ma ti avverto: subito dopo io sparirò per sempre dalla tua vita e dal resto del mondo. Non provare a cercarmi, sarebbe inutile.”
    “Bene. Ci vediamo allora.”

    Tre settimane dopo, si trovava nella sua casa, vuota, come al solito. Con un particolare in più stavolta: una scatola di cartone con dei forellini ai lati appoggiata sul tavolo della cucina.
    Seduto a capotavola, fissava estasiato quello che aveva di fronte. Ancora non riusciva a crederci: un desiderio che aveva covato per un tempo inimmaginabile era stato esaudito; aveva davanti a sé qualcosa che per lui valeva molto di più della montagna di soldi che aveva speso per averla. Che strana sensazione… lentamente si alzò e si diresse verso la scatola. Un rumore quasi impercettibile proveniva dal suo interno. Con cautela a dir poco esagerata, cominciò a sollevare il coperchio: la pallida luce del neon illuminò il mistero celato dalla scatola marrone. Gli occhi gli si riempirono di lacrime, osservando ciò che a lungo aveva anelato: un pulcino vero camminava spaurito all’interno della scatola, senza mai fermarsi ed emettendo un tenero pigolìo.
    Con le mani tremanti lo prese in mano per accarezzare le sue morbide piume. Iniziò a piangere, senza volerlo, estasiato di fronte allo spettacolo di un animale vero, dopo tante schifezze virtuali. Delicatamente lo appoggiò sul tavolo, per consentirgli di sgranchirsi le zampette – chissà quanto tempo aveva passato lì dentro!
    Il pulcino iniziò subito a scorrazzare per il tavolo, camminando diritto davanti a sé come un soldato, senza mai smettere di pigolare. Seduto, estasiato e senza parole, l’uomo continuò ad osservarlo, il cuore colmo di gioia. Il pulcino continuò a camminare finché non arrivò al bordo del tavolo.
    E cadde.
    Con un urlo disumano, l’uomo balzò in piedi, attanagliato dalla disperazione di aver perso subito qualcosa che aveva atteso per venti anni. Con uno scatto si diresse all’altro capo del tavolo, con un barlume di speranza che non voleva spegnersi – magari non si è fatto niente. Giunto sul luogo della tragedia, guardò ai suoi piedi: il pulcino giaceva a terra senza vita, ma invece del sangue da lui erano fuorisciti due strani cilindri scuri.
    L’uomo prese entrambi in mano, ed osservandoli incredulo, capì finalmente la verità:

    Duracell dura di più


  14. Il mio amico Enrico: Sì, viaggiare… pag. 3/3

    marzo 3, 2010 by Vaz

    (segue)
    Il mio amico Enrico ha anche inaugurato il mio vezzo di segnare su ogni tavola i giorni impiegati per realizzarli. Il problema maggiore si è presentato, a livello di soggetto, nelle battute finali: il tempo stringeva e non avevo idea di come far finire la storia! Mi sono trovato costretto quindi a lasciare le cose così com’erano e far finire tutto lì su due piedi. Alla fine non ero per niente soddisfatto del risultato; sono ben cosciente che la storia è esile soprattutto alla fine, ma come ho già scritto, i limiti imposti mi hanno tagliato le gambe… Presidente della commissione esaminatrice del concorso era, nientemeno, Tanino Liberatore, che se non lo conoscete vi basti sapere che ha curato il videogioco de Il Quinto Elemento e i costumi di Astérix e Obélix contro Cleopatra (o come accidenti si chiama!…); uno insomma, come si dice in gergo, coi controcazzi (!). Ho saputo che, leggendo Enrico, il suo commento è stato “Ma quanto cazzo scrive piccolo questo qui!“. Posso quindi vantarmi di non essere stato stroncato da Liberatore, evviva! Mi piacerebbe, prima o poi, ridisegnare la storia allungandola e aggiungendo tutta la parte che avrei voluto e non ho potuto inserire, chissà che prima o poi non lo faccia. E mi sono potuto sfogare, raccontando tutto quello che volevo, solo tre anni dopo con la seconda puntata, con una lunghezza a me più congeniale, arrivando alla bellezza di 17 tavole.

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  15. Il mio amico Enrico: Sì, viaggiare… pag. 2/3

    marzo 2, 2010 by Vaz

    (segue)
    Altra cosa che vorrei chiarire è che l’altro protagonista non sono io. L’ho lasciato volutamente senza nome, mi piaceva l’idea di fare una storia dove il protagonista principale non ne avesse alcuno (cosa che ho fatto anche nell’unico racconto da me scritto, T’amo, o Tamagotchi). In realtà, non ho mai frequentato Enrico – a proposito, l’originale si chiama proprio così! – assiduamente, tranne la fine del 1996 e l’inizio del 1997, quando per un periodo abbiamo suonato insieme nella stessa band, Tampax Fighters prima e Cammelli Mutanti poi. Non mi è mai passato per la mente, quindi, di fare un viaggio insieme a lui, e inoltre non ho mai fatto l’InterRail, sebbene mi sarebbe piaciuto farlo…
    Il fatto che la versione finale di questo fumetto in realtà era una semplice bozza è testimoniato dal fatto che, oltre alla scritta che campeggia alla destra del titolo, all’inizio i personaggi erano davvero solo abbozzati, e le mani, tanto per fare un esempio, erano dei semplici cerchi. Quando poi mi sono reso conto che non avrei mai avuto il tempo di ridisegnare tutto (in pratica dopo le prime vignette), ho provveduto in extremis correggendo le mani e aggiungendo le dita e neanche in tutti i casi. Anche il lettering è pessimo, infatti i testi sono scritti piuttosto velocemente, come avete potutto vedere in Creamy. Da una necessità estemporanea è nato poi uno stile che ho conservato nel tempo, che io chiamo “fumetto minimalista”, e si è involuto ulteriormente con E..
    (continua)

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  16. Il mio amico Enrico: Sì, viaggiare… pag. 1/3

    marzo 1, 2010 by Vaz

    Il mio amico Enrico è praticamente nato per caso.
    All’inizio del 1999 si svolse la prima edizione del concorso “Ivan Graziani & Andrea Pazienza” (ora Andrea Pazienza & Pino Zac, ma credo non esista più) e, dato che non avevo mai partecipato ad un concorso di fumetti, tranne nel 1989-90 con Un albero, una casa, decisi di iscrivermi. Il problema era solo l’argomento: il viaggio. Non essendo mai stato un gran viaggiatore non si trattava di un tema che mi andava molto a genio, e la difficoltà maggiore era rappresentata soprattutto dalla lunghezza massima consentita della storia: due tavole. Con tutta la buona volontà non sono riuscito a rimanere entro questo limite e ho “sforato” di mezza tavola, constringendomi inoltre a ripiegare su un orribile finale tranciando di netto la narrazione. Non so come mi sia venuto in mente di fare una storia su Enrico, dato che all’epoca non lo vedevo né sentivo da quasi due anni, fatto sta che scelsi lui. Chiariamo subito una cosa, che mi è stata chiesta da tutti coloro che hanno già letto la storia: l’Enrico protagonista esiste realmente e il suo atteggiamento è qui riprodotto abbastanza fedelmente. Dico “abbastanza” perché l’originale è molto più volgare, disarmante quasi nella sua trivialità; eppure l’ho frequentato per anni, fino all’inizio del 1997, nonostante la sua perenne sigaretta mi asfissiasse e il suo continuo attaccare bottone con ragazze sconosciute, anche urlando loro dalla macchina in corsa, mi lasciasse un po’ perplesso. Una sagoma, insomma. (continua)

    Come al solito, cliccate sull’immagine per vederla a schermo intero. Occhio che è piuttosto grande.