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  1. Tempesta ionica, ovvero la (fu) massoneria del fumetto

    aprile 22, 2013 by Vaz

    Oggi niente strisce, ma un bell’aneddoto su una cosa di cui nessuno sapeva e che nessuno altrimenti vi racconterebbe.
    Nell’estate del 2011 sono stato invitato da Cymon, uno degli autori di Follow the rabbit, ad entrare a far parte di Tempesta ionica, un misterioso movimento per la rivoluzione del webcomic. Incuriosito – ed essendo vanesio anche onorato – dall’invito nonostante non facessi più fumetti da anni, mi sono iscritto a questo social network a inviti, di cui non serve nemmeno postare il link perché nel frattempo è stato cancellato tutto.
    Mi sono trovato davanti a una situazione paradossale: come me, altri autori erano stati invitati e, come me, nessuno aveva idea di cosa fosse di preciso questa Tempesta ionica e quale fosse il suo scopo; il bello è che non lo sapeva nemmeno il suo creatore, che in sostanza aveva inventato il nome e nient’altro. Una volta radunati praticamente ci ha detto “Allora, che facciamo? Che proposte avete?”
    La risposta naturale era “Ma come, se non lo sai tu che hai creato il tutto, figurati noi” e difatti nel Dicembre dello stesso anno, preso atto della situazione ridicola, me ne sono andato. Loggandomi nei mesi successivi mi sono accorto che dopo di me non ha più postato nessun altro, dopo di che il tutto è stato cancellato.
    A conti fatti, l’unica discussione interessante è stata quella sul reclutamento di nuovi affiliati, che è partita per la tangente dopo che ho (incautamente, ma non potevo saperlo) proposto di contattare Gaunt Noir. Questo nome ha fatto praticamente sbroccare una dei partecipanti, ovvero Valentina “TYN” Sgaggero, che qualcuno forse ricorderà per Hamleto il criceto. Di quello sbrocco ho saggiamente tenuto da parte una copia, memento della loggia massonica del fumetto che non fu mai. Buona lettura.


  2. T’amo, o Tamagotchi

    marzo 5, 2010 by Vaz

    Nonostante mi sia sempre piaciuto scrivere, soprattutto cazzate, non mi sono mai cimentato nella narrativa tranne in tre casi: un racconto scritto come compito per casa di italiano ai tempi delle medie (andato perso), un altro – coevo del primo – mai terminato perché fatto in mille pezzi da mia madre durante una delle sue solite sfuriate post-incontro con i professori, e quello che riesumo oggi dalla naftalina: T’amo, o Tamagotchi.
    In realtà pensavo di aver perso anche questo nel catastrofico crash dell’hard disk dell’estate 2008, ma l’ho recuperato casualmente nel vecchio spazio web su AlterVista, chissà come cavolo c’era finito lì. In ogni caso, si tratta di quattro righe buttate giù senza la pretesa di pubblicarle da qualche parte, anche perché internet all’epoca (Giugno 1997!) praticamente in Italia non esisteva, non bazzicavo le BBS Telnet né circoli letterari e affini; come parecchie altre cose dal 1991 al 2002, le ho semplicemente tenute ad ammuffire in un cassetto (il racconto in questione era stato battuto a macchina, non avevo neanche un PC).
    Prima che mi dimentichi di averlo ritrovato, lo posto e che non se ne parli più. Nelle premesse doveva essere un racconto di simil-fantascienza, alla fine è diventata una sciocchezzuola ambientata nel futuro incentrata su un gingillo elettronico che 13 anni fa andava parecchio di moda.

    Buona lettura.

    Beep! Beep!
    Un insistente pigolìo metallico lo svegliò di soprassalto. Accidenti, pensò, mi sono addormentato di nuovo. Sollevò lentamente la testa e si ritrovò faccia a faccia con il monitor. Si era addormentato di nuovo, in ufficio. Di fronte a lui, Mary Ann aveva una strana espressione.
    “Che succede?”, le chiese.
    “Oh, niente di preoccupante, spero”, rispose, armeggiando con un oggetto di plastica ovale, “il mio Tamagotchi ha la diarrea, ma ora premo il tasto del day hospital e ci penseranno i dottori virtuali”.
    “Magnifico”.
    Che fesseria. Ci manca solo che quel coso faccia pagare il ticket virtuale. Si guardò intorno; nel resto dell’ufficio, il pigolìo che lo aveva svegliato così bruscamente era diventato un monotono sottofondo giornaliero che lo irritava non poco.
    Ormai era l’unico a non possedere una di quelle macchinette, anche perché non ne capiva niente. Tutto era diventato virtuale, persino il Presidente, si diceva, era un’immagine creata da un computer. A saperlo, si disse, avrei votato Max Headroom. Ripensò all’ultima volta che aveva fatto l’amore con sua moglie: lo facevano sempre dopo mezzanotte, perché a quell’ora il collegamento ad Internet è più veloce ed il costo della telefonata è ridotto. Trovava scomode quelle periferiche collegate al PC da applicare sul corpo, ma lei lavorava (e viveva) a 600 Km. da lui, per cui doveva accontentarsi; del resto si erano anche sposati in rete (cosa che facevano tutti comunque) e si ersno incontrati di persona solo un paio di volte. Chissà se lo tradiva.

    Uscì dall’ufficio e prese la metro. Si accomodò e diede un’occhiata agli altri passeggeri: una volta alcuni leggevano il giornale, altri ascoltavano musica con il walkman, altri ancora semplicemente guardavano fuori dal finestrino; ora, invece, tutti curvi ad osservare quegli affari che fanno – BEEP! – in continuazione.

    Da quando, alcuni anni prima, era stato lanciato sul mercato Tamagotchi il pulcino virtuale (il primo ed il più venduto), si era scatenata una guerra a suon di animali inesistenti: arrivarono così il cane, la scimmia, il dinosauro, il muflone, il piccione e persino la mosca con tanto di cacca virtuale su cui svolazzare beata. Questi giocattoli, poi, erano venduti ad un prezzo così vantaggioso che la gente cominciò a preferirli in massa agli animali veri, anche perché non sporcano, sono meno volubili e comportano delle spese minori.
    L’immagine della statua al cane estinto del film “Il pianeta delle scimmie” era diventata una realtà: la proliferazione di animali virtuali aveva condannato all’abbandono e, con il passare degli anni, all’estinzione degli animali domestici, persino quelli che per migliaia di anni avevano dato da mangiare all’uomo come le mucche e le galline (non c’era poi tanta differenza con il cibo liofilizzato, che costa pure di meno).
    Gli zoo andarono in malora, vuoi perché il Tamagotchi non lasciava tempo libero per svaghi del genere, vuoi perché che bisogno c’è di spendere i soldi del biglietto quando in TV ci sono i documentari del National Geographic?

    Rifletteva su tutto ciò seduto sul divano di casa, fissando inespressivamente l’olografia di un acquario contenente pesci tropicali (estinti dieci anni prima). Si chiese se ci fosse qualcuno che, come lui, desiderasse ancora la gioia di accudire un animale vero. Aveva sentito dire di collezionisti miliardari che custodivano gelosamente nei loro acquari blindati merluzzetti da brodo pagati fior di miliardi. Aveva sentito dire di traffici clandestini di maggiolini e coccinelle, da tempo decimate dall’inquinamento atmosferico.
    Avvolto dal turbinìo dei propri pensieri, d’un tratto scattò in piedi: aveva preso una decisione definitiva. Sollevò la cornetta del vecchio telefono a tasti e compose il numero.

    All’altro capo del filo, una voce rauca ed assonnata cercò di articolare un suono comprensibile.
    “Ohh… pronto.”
    “Sono io.”
    Pausa.
    “Ehi, ciao… è da un bel po’ che non ci si sente… come va?”
    “Ne voglio uno”
    Pausa, stavolta più lunga.
    Poi, con tono molto meno affabile:
    “Che cosa? Uno, ADESSO?”
    “Sì. Ci ho pensato sopra, e ho deciso.”
    “Tu non ti rendi conto di quello che mi stai chiedendo? Sono fuori dal giro da parecchio tempo ormai, e poi verrebbe a costarti Dio solo sa quanto!”
    “Tu non preoccuparti di questo.”
    “Non preoccuparti? Forse tu non hai idea di quanto valga oggi una cosa del genere, ammesso che ci sia ancora!”
    “I soldi non sono un problema. Ti ricordi quando vinsi la lotteria, un po’ di tempo fa?”
    “Certo che me lo ricordo, te l’ho venduto io quel biglietto. Una delle più grandi vincite del secolo… ma che c’entra? Sono passati trent’anni, non ti sarà rimasto più niente di quella somma ormai…”
    “Sbagliato. Di quei soldi non ho toccato neanche un centesimo.”
    “Che vuoi dire?”
    “Che gran parte di quel denaro l’ho investito poco dopo acquistando azioni della Bandai Corporation.”
    “Trent’anni fa! Proprio quando la Bandai lanciò sul mercato il primo Tamagotchi! Le sue azioni salirono poi alle stelle… un momento, vuoi dire che…”
    “Bastano, come soldi?”
    La voce rauca esitò, incredula.
    “Per… per la miseria, credo proprio di sì… ok, lo faccio solo perché sei tu, ma ti avverto: subito dopo io sparirò per sempre dalla tua vita e dal resto del mondo. Non provare a cercarmi, sarebbe inutile.”
    “Bene. Ci vediamo allora.”

    Tre settimane dopo, si trovava nella sua casa, vuota, come al solito. Con un particolare in più stavolta: una scatola di cartone con dei forellini ai lati appoggiata sul tavolo della cucina.
    Seduto a capotavola, fissava estasiato quello che aveva di fronte. Ancora non riusciva a crederci: un desiderio che aveva covato per un tempo inimmaginabile era stato esaudito; aveva davanti a sé qualcosa che per lui valeva molto di più della montagna di soldi che aveva speso per averla. Che strana sensazione… lentamente si alzò e si diresse verso la scatola. Un rumore quasi impercettibile proveniva dal suo interno. Con cautela a dir poco esagerata, cominciò a sollevare il coperchio: la pallida luce del neon illuminò il mistero celato dalla scatola marrone. Gli occhi gli si riempirono di lacrime, osservando ciò che a lungo aveva anelato: un pulcino vero camminava spaurito all’interno della scatola, senza mai fermarsi ed emettendo un tenero pigolìo.
    Con le mani tremanti lo prese in mano per accarezzare le sue morbide piume. Iniziò a piangere, senza volerlo, estasiato di fronte allo spettacolo di un animale vero, dopo tante schifezze virtuali. Delicatamente lo appoggiò sul tavolo, per consentirgli di sgranchirsi le zampette – chissà quanto tempo aveva passato lì dentro!
    Il pulcino iniziò subito a scorrazzare per il tavolo, camminando diritto davanti a sé come un soldato, senza mai smettere di pigolare. Seduto, estasiato e senza parole, l’uomo continuò ad osservarlo, il cuore colmo di gioia. Il pulcino continuò a camminare finché non arrivò al bordo del tavolo.
    E cadde.
    Con un urlo disumano, l’uomo balzò in piedi, attanagliato dalla disperazione di aver perso subito qualcosa che aveva atteso per venti anni. Con uno scatto si diresse all’altro capo del tavolo, con un barlume di speranza che non voleva spegnersi – magari non si è fatto niente. Giunto sul luogo della tragedia, guardò ai suoi piedi: il pulcino giaceva a terra senza vita, ma invece del sangue da lui erano fuorisciti due strani cilindri scuri.
    L’uomo prese entrambi in mano, ed osservandoli incredulo, capì finalmente la verità:

    Duracell dura di più


  3. Buon compleanno, Mau

    febbraio 3, 2010 by Vaz

    Oggi è il compleanno del Linuxiano, ed è tutto quel che c’è da dire a questo proposito.

    Non ti abbiamo dimenticato.


  4. Bella Roscio!

    gennaio 24, 2010 by Vaz

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